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Chiamata nel cuore del mondo

Le radici familiari: una scuola di vita e di condivisione

Sono Mudji una donna indonesiana, membro della Compagnia Missionaria del Sacro Cuore, Istituto Secolare, e ho emesso i miei voti nel 2004. Raccontare la mia storia significa rileggere un cammino lungo e spesso sorprendente, nel quale la presenza di Dio si è manifestata in modo discreto ma fedele, intrecciandosi con le persone, le culture e gli eventi della mia vita.

Sono nata il 22 maggio 1969 a Temanggung, nella provincia di Giava Centrale, in un contesto profondamente segnato dalla cultura giavanese, con i suoi valori di rispetto, sobrietà, armonia e attenzione all’altro. La mia infanzia è stata plasmata non solo dall’ambiente culturale in cui sono cresciuta, ma soprattutto dalla mia famiglia, che ha rappresentato per me la prima e più importante scuola di vita.

Siamo cinque fratelli, e io sono la seconda. Crescere in una famiglia numerosa ha significato, fin dall’inizio, imparare a condividere: il cibo, lo spazio, il tempo, le responsabilità. Nulla era dato per scontato, e proprio per questo ogni cosa aveva valore. In casa non c’era abbondanza materiale, ma non è mai mancato l’essenziale, soprattutto l’attenzione reciproca.

Mio padre, Warkijo, era un contadino. Un uomo semplice, legato alla terra, abituato a lavorare duramente senza lamentarsi. La sua vita seguiva il ritmo delle stagioni, dell’attesa e della speranza: seminare senza avere la certezza del raccolto, affidarsi alla pioggia, accettare i limiti imposti dalla natura. Da lui ho imparato, forse senza rendermene conto allora, il senso della pazienza, della costanza e della fiducia silenziosa. La sua presenza discreta mi ha insegnato che il lavoro, anche il più umile, può diventare una forma di dignità e di offerta.

Mia madre, Siti Jariyah, era una donna di grande forza interiore. Casalinga, in realtà svolgeva molti ruoli: si prendeva cura di noi figli, aiutava mio padre nei campi e gestiva anche un piccolo ‘warung’, un negozio di fortuna davanti a casa, che contribuiva al sostentamento della famiglia. La vedevo alzarsi presto e andare a dormire tardi, sempre attenta a non far mancare nulla, anche quando le risorse erano limitate. In lei ho riconosciuto una forma di amore concreto, fatto di gesti quotidiani, di sacrifici nascosti, di dedizione senza clamore.

Fin da piccoli siamo stati educati a vivere in modo semplice e solidale. Se c’era poco, quel poco veniva condiviso. Se qualcuno aveva bisogno, si cercava di aiutare, anche rinunciando a qualcosa di proprio. Questa educazione alla condivisione non era frutto di discorsi teorici, ma di uno stile di vita che respiravamo ogni giorno. È lì che ho imparato che la vera ricchezza non sta nel possesso, ma nella relazione.

Rileggendo oggi la mia storia, riconosco quanto queste radici familiari abbiano preparato il terreno della mia vocazione. Senza saperlo, stavo già imparando ciò che più tardi avrebbe trovato una forma chiara nella consacrazione secolare: vivere nel mondo senza esserne posseduta, donarsi senza riserve, accettare una vita sobria come spazio di libertà interiore.

La mia scelta vocazionale non nasce quindi come una rottura con la mia famiglia o con la mia cultura, ma come una loro maturazione. I valori vissuti in casa – la semplicità, la condivisione, il senso del dovere, la fedeltà nelle piccole cose – sono gli stessi che oggi riconosco come parte integrante del carisma della Compagnia Missionaria del Sacro Cuore. In questo senso, posso dire che la mia famiglia è stata il primo luogo in cui ho imparato, ancora prima di conoscere il Vangelo, che la vita è un dono da condividere.

La mia infanzia, tuttavia, non si è svolta interamente accanto alla mia famiglia di origine. Quando avevo circa sei o sette anni, accadde qualcosa che avrebbe segnato profondamente il mio cammino: seguii mia nonna a Jakarta, la capitale. Non fu una decisione programmata né razionale. Dentro di me nacque improvvisamente un desiderio forte, quasi ostinato, di partire. Nonostante i tentativi di convincermi a restare, quella spinta interiore prevalse.

Oggi, guardando a quel distacco con gli occhi della fede, riconosco in esso un primo movimento di libertà e di affidamento, una sorta di preparazione silenziosa a ciò che Dio avrebbe compiuto in seguito. Lasciare la famiglia così presto mi ha insegnato, fin dall’infanzia, a non aggrapparmi alle sicurezze e a fidarmi di ciò che la vita mi avrebbe chiesto.

 

Jakarta divenne così il luogo della mia crescita umana, culturale e spirituale. Qui ho frequentato la scuola elementare, le scuole superiori e l’università. I primi anni vissi presso la famiglia di mio zio, poi presso altre famiglie, sperimentando forme diverse di convivenza e di relazione. Queste esperienze mi hanno resa capace di adattarmi, di osservare, di ascoltare, qualità che più tardi si sarebbero rivelate preziose anche nel mio cammino vocazionale.

Un ruolo decisivo nella mia formazione lo ebbe Ibu Roosa, una donna single che divenne per me una vera madre adottiva. La sua vita, segnata da autonomia, responsabilità e dedizione, lasciò un’impronta profonda nel mio cuore. Attraverso il suo esempio maturò in me il desiderio di vivere in modo indipendente, senza necessariamente passare attraverso il matrimonio. Non si trattava di una scelta contro qualcosa, ma della percezione crescente che la mia vita poteva trovare pienezza in un’altra forma. Fu proprio Ibu Roosa a incoraggiarmi a impegnarmi nel servizio ecclesiale come catechista. Senza saperlo, stava aprendo una porta fondamentale nel mio cammino di fede.

 

Il passaggio più decisivo della mia vita avvenne quando, dopo un percorso personale lungo e non privo di interrogativi, chiesi di essere accolta nella Chiesa cattolica. Ricevetti il Battesimo il 5 agosto 1987, nella parrocchia di Bidaracina, a Jakarta. Quel giorno segnò per me una rinascita profonda. Con il Battesimo non ricevetti solo una nuova appartenenza religiosa, ma una direzione nuova per la mia vita. Da quel momento, una domanda iniziò ad abitare il mio cuore con sempre maggiore insistenza:

“Signore, che cosa vuoi da me? Qual è il tuo progetto per la mia vita?” (cf. At 22,10)

Durante gli anni universitari, questa domanda divenne il filo rosso del mio cammino. Partecipavo con entusiasmo a numerose attività spirituali e pastorali in parrocchia: incontri di preghiera, catechesi, servizi liturgici. Cercavo di ascoltare la voce di Dio attraverso il servizio e la preghiera. In quel periodo, il desiderio di vivere da donna non sposata si fece sempre più chiaro. Non si trattava ancora di una scelta definita, ma di una forte intuizione interiore. Sentivo che Dio mi chiamava a qualcosa di più radicale, ma non conoscevo ancora la forma concreta di questa chiamata. 

Un ruolo importante in questo tempo di ricerca lo ebbe padre Henslok SCJ, parroco di Bidaracina. Con grande semplicità e realismo, mi aiutava a prendere sul serio la mia vita. Ricordo ancora le sue domande dirette: se desideravo sposarmi o meno, e l’invito a non rimandare all’infinito le scelte fondamentali. Le sue parole non erano una pressione, ma un segno di cura pastorale.

Il discernimento fu un processo lento e paziente. Leggevo testi spirituali, li meditavo e poi li condividevo nel dialogo con il mio accompagnatore. Non mancavano momenti di incertezza e di paura. Spesso mi chiedevo se stessi seguendo una vera chiamata di Dio o semplicemente un mio desiderio personale. In questi momenti mi tornava spesso alla mente una parola del profeta: “Ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni.”(Is 43,1) Quella parola diventò per me una luce silenziosa, capace di sostenere il cammino anche quando non vedevo ancora chiaramente la meta.

 

 Chiamata, discernimento, decisione: l’incontro con la Compagnia Missionaria

Ogni vocazione nasce da un incontro. Nel mio cammino, l’incontro decisivo avvenne quasi in modo casuale, come spesso accade quando Dio entra nella storia senza fare rumore. Era il 1998. In quel periodo aiutavo regolarmente il parroco della parrocchia di Bidaracina vendendo oggetti religiosi davanti alla casa parrocchiale, la domenica mattina e nel pomeriggio. Era un servizio semplice, svolto con gioia e spirito di disponibilità. Proprio in quel contesto, apparentemente ordinario, il Signore preparava un passaggio fondamentale della mia vita.

Un giorno arrivò in parrocchia padre Wardjito SCJ, di passaggio alla casa parrocchiale. In una conversazione informale, iniziò a parlarmi di una realtà a me completamente sconosciuta: la Compagnia Missionaria del Sacro Cuore, un Istituto Secolare. Fino a quel momento, il mio immaginario vocazionale era limitato a due possibilità: il matrimonio o la vita religiosa tradizionale in convento. L’idea di una consacrazione vissuta nel mondo, senza segni esteriori, mi apparve subito nuova, ma profondamente affascinante.

Inizialmente ascoltai con curiosità, ma anche con molta prudenza. Non capivo ancora bene cosa significasse essere consacrata restando immersa nella vita quotidiana. Tuttavia, dentro di me sentivo che quella proposta toccava qualcosa di profondo, come se desse un nome a un desiderio che abitava il mio cuore da tempo, ma che non aveva ancora trovato una forma.

Grazie all’aiuto di padre Wardjito, iniziai una corrispondenza con Francesca Righi, figura di riferimento in Italia, della Compagnia Missionaria. Le lettere diventavano per me un luogo di dialogo e di chiarificazione. Non conoscevo l’italiano, e per questo padre Wardjito mi aiutava a tradurre sia le lettere ricevute sia le mie risposte. Questo processo lento e paziente, fatto di parole meditate e condivise, mi aiutò a entrare gradualmente nello spirito della Compagnia.

Contemporaneamente, continuavo il mio cammino di accompagnamento spirituale con padre Henslok SCJ. Egli mi offrì non solo ascolto, ma anche numerosi testi di spiritualità, che leggevo con attenzione e poi condividevo nel dialogo. Non cercava di orientarmi verso una scelta precisa, ma mi aiutava a discernere la voce di Dio nella mia esperienza concreta.

In quel periodo imparai che il discernimento vocazionale non è una ricerca di certezze immediate, ma un cammino di fedeltà quotidiana. Le tre parole che oggi riconosco come fondamentali per ogni vocazione – chiamata, discernimento, decisione – iniziarono a prendere forma concreta nella mia vita. La chiamata si manifestava come un’attrazione interiore verso una vita donata totalmente a Dio. Il discernimento come un processo di ascolto, confronto e verifica. La decisione, invece, si presentava come la parte più difficile: il coraggio di affidarsi senza avere tutto sotto controllo. Col passare del tempo, cresceva in me la convinzione che quella proposta non fosse semplicemente una possibilità tra le altre, ma il cammino che il Signore stava preparando per me.

 

 Il passo decisivo: verso l’Italia, luogo delle origini

A un certo punto, giunse una proposta che mi colse di sorpresa e che allo stesso tempo mise alla prova la mia fiducia: la possibilità di andare in Italia per conoscere direttamente la Compagnia Missionaria, nel luogo in cui era nata. L’idea di partire per un paese lontanissimo, culturalmente e linguisticamente diverso, mi entusiasmava e mi spaventava allo stesso tempo. Non avevo mai viaggiato in aereo, non conoscevo l’Europa, e la mia vita era ben radicata a Jakarta. Eppure, dentro di me sentivo che quel passo era necessario per chiarire definitivamente la mia vocazione.

In questo processo fui sostenuta concretamente da padre Henslok, che in quel periodo faceva parte del consiglio della Fondazione Santo Antonius, presso la quale lavoravo come insegnante di religione cattolica. Grazie al suo aiuto, mi fu concesso un anno di aspettativa non retribuita, un segno di fiducia che accolsi come un dono prezioso. Mi aiutò anche nelle pratiche : il passaporto, i documenti, l’organizzazione del viaggio.

Nel luglio del 1999 iniziarono le procedure per il visto. Ben presto mi resi conto che ottenere un visto per l’Italia non era affatto semplice. Si presentarono ostacoli burocratici, ritardi, richieste di documenti aggiuntivi. In quei mesi vissi un’esperienza intensa di attesa e di affidamento. Ogni difficoltà diventava occasione di preghiera. Un aiuto determinante giunse da padre Van Leeuven SCJ, che mi sostenne nella corrispondenza con Francesca Righi e nelle pratiche necessarie. Dopo molti tentativi, finalmente arrivò la risposta tanto attesa: nel settembre 1999, il visto venne concesso per un anno.

Ricordo ancora la gioia profonda e silenziosa che provai in quel momento. Sentivo che il Signore stava aprendo una porta, e che ora toccava a me attraversarla. La data della partenza fu fissata per il 5 ottobre 1999. Avrei viaggiato insieme a un piccolo gruppo di padri e fratelli francescani diretti in Italia per l’anno sabbatico. Sapere di non essere sola in quel primo grande viaggio della mia vita mi diede molta serenità. Ricevetti anche il sostegno concreto e affettuoso di due mie amiche: Ibu Vika e Ibu Lucy, che mi aiutarono a preparare tutto il necessario per il soggiorno in Italia. Attraverso la loro generosità sperimentai ancora una volta come Dio si serva di molte persone per accompagnare una vocazione.

 

 Un nuovo inizio: l’arrivo in Italia

Il giorno della partenza segnò l’inizio di una nuova tappa del mio cammino. Salire su un aereo per la prima volta, lasciare il mio paese, la mia lingua, le persone care, fu un’esperienza carica di emozioni contrastanti. C’erano entusiasmo e paura, curiosità e nostalgia, ma soprattutto una profonda fiducia che il Signore avrebbe guidato ogni passo. Ripensando al mio cammino, mi è tornata alla mente la figura di Abramo, chiamato da Dio a lasciare la sua terra per mettersi in viaggio verso una meta sconosciuta. Una parola della Scrittura ha accompagnato silenziosamente molti passaggi della mia vita: «Il Signore disse ad Abramo: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò”.» (Gen 12,1)

In questo racconto biblico riconosco una profonda risonanza con la mia esperienza personale e vocazionale. Anche per me, in diversi momenti della vita, la chiamata di Dio non si è presentata con spiegazioni dettagliate o certezze immediate, ma come un invito a fidarmi, a lasciare ciò che conoscevo per aprirmi a ciò che ancora non vedevo. Come Abramo, ho dovuto imparare che la fede non consiste nel sapere dove si arriverà, ma nel mettersi in cammino sostenuti dalla promessa di Dio. Lasciare la propria terra non significa rinnegare le proprie radici, ma permettere che esse vengano trasformate e fecondate lungo il cammino. Ogni partenza – dalla mia famiglia, dalla mia terra, dalle sicurezze costruite – è diventata così un atto di affidamento.

Giunta in Italia, il primo volto della Compagnia Missionaria che incontrai fu quello di Irene Ratti, a Roma. Quel primo incontro rimane impresso nella mia memoria come un segno di accoglienza e di semplicità. Dopo essere stata accompagnata da fratel Antonio dehoniano, alla Basilica di San Pietro e alla Basilica di Santa Maria Maggiore, provai un’emozione difficile da descrivere a parole. Il sentimento che mi abitava era intenso, profondo, quasi travolgente.

Non avrei mai immaginato, nemmeno nei miei sogni più lontani, di poter arrivare in quei luoghi. Io, una donna semplice, proveniente da una famiglia umile di Giava Centrale, mi ritrovavo improvvisamente nel cuore della Chiesa universale. Camminando in quelle basiliche, sentivo un misto di stupore, gratitudine e silenziosa commozione.

Successivamente, padre Halim SCJ mi accompagnò alla stazione Termini, indicandomi il treno che mi avrebbe portata a Bologna. Ricordo quel momento come una piccola ma significativa prova di autonomia: salire su un treno in un paese straniero, senza conoscere la lingua, affidandomi completamente. Alla stazione di Bologna, mi attendevano Martina e Lùcia, che mi accolsero con calore fraterno. In quel gesto semplice, ma carico di umanità, iniziai a sperimentare concretamente cosa significasse appartenere a una famiglia spirituale che supera confini e culture.

Durante il mio soggiorno in Italia, iniziai anche a studiare la lingua italiana, consapevole che la lingua non è solo uno strumento di comunicazione, ma una chiave per entrare più profondamente nella cultura, nella spiritualità e nella storia della Compagnia Missionaria. Imparare l’italiano significava per me avvicinarmi con maggiore consapevolezza alle persone, ai testi e alle radici del carisma. Allo stesso tempo, ebbi la possibilità di seguire un cammino di formazione spirituale più strutturato, accompagnata da Francesca Righi. Attraverso i suoi incontri, il suo ascolto attento e il suo modo semplice ma profondo di trasmettere lo spirito della Compagnia, iniziai a comprendere sempre meglio cosa significasse vivere una consacrazione secolare nel mondo, con il cuore totalmente donato a Dio.

Un momento particolarmente significativo del mio cammino fu l’incontro con padre Albino, fondatore della Compagnia Missionaria del Sacro Cuore. In lui non incontrai soltanto una figura storica, ma un testimone autentico di una vita donata, capace di incarnare con semplicità e radicalità il carisma della Compagnia. L’ascolto delle sue parole e la conoscenza della sua esperienza rafforzarono in me il desiderio di appartenere a questa famiglia spirituale. Anche la vita condivisa con le Missionarie  ebbe un ruolo fondamentale nel mio discernimento. Attraverso la loro testimonianza quotidiana, fatta di preghiera, lavoro e relazioni semplici, potei vedere concretamente come il carisma del Sacro Cuore potesse essere vissuto nella normalità della vita. Ogni incontro, ogni dialogo, ogni gesto di accoglienza contribuiva a rendere sempre più chiaro il volto della Compagnia ai miei occhi.

Questo tempo di ascolto, di formazione e di verifica interiore mi portò progressivamente a una scelta più consapevole. Dopo un lungo cammino di discernimento, nel giugno del 2000 entrai ufficialmente nel periodo di Orientamento, segnando un passo importante e decisivo nel mio cammino vocazionale all’interno della Compagnia Missionaria del Sacro Cuore.

Dopo alcuni mesi di permanenza in Italia, tra l’ottobre 1999 e il giugno 2000, maturò in me la consapevolezza che quel tempo non era ancora sufficiente per conoscere più in profondità la Compagnia Missionaria del Sacro Cuore e per verificare con maggiore chiarezza la mia chiamata. Sentivo il bisogno di un tempo più disteso, meno affrettato, che mi permettesse di entrare con maggiore consapevolezza nello spirito e nella vita concreta della Compagnia.


Dopo un dialogo sincero e sereno con padre Henslok, con il quale continuavo a confrontarmi nel mio cammino di discernimento, si giunse alla decisione condivisa di prolungare di un ulteriore anno il periodo di aspettativa. Questa scelta non fu dettata dal desiderio di rimandare una decisione, ma dalla convinzione che una vocazione richiede tempo, ascolto e verifica profonda.

Questo anno supplementare si rivelò estremamente ricco e fecondo. Innanzitutto, lo dedicai a perfezionare lo studio della lingua italiana, strumento indispensabile per una comprensione più profonda dei testi, della spiritualità e delle relazioni all’interno della Compagnia. Parallelamente, ebbi l’opportunità di visitare diverse comunità della Compagnia Missionaria, conoscendo da vicino modalità diverse di vivere lo stesso carisma in contesti e realtà differenti.

Il mio cammino formativo si arricchì anche attraverso la partecipazione a iniziative di carattere sociale e pastorale.

 Presi parte ad attività di sensibilizzazione contro la violenza nell’ambito di Pax Christi, un’esperienza che ampliò il mio sguardo sulle ferite del mondo e rafforzò in me il desiderio di una testimonianza evangelica concreta, capace di promuovere la pace e la dignità umana.

Un momento particolarmente significativo fu la partecipazione al Giubileo dei Giovani dell’anno 2000, a Tor Vergata. In mezzo a una moltitudine di giovani provenienti da tutto il mondo, sperimentai con forza il volto universale della Chiesa e la gioia di una fede condivisa. Fu un’esperienza di comunione profonda, che rafforzò il mio senso di appartenenza ecclesiale.

In quello stesso periodo partecipai anche all’incontro della Famiglia Dehoniana presso la Casa Generalizia SCJ a Roma, un’occasione preziosa per conoscere più da vicino le diverse realtà nate dal carisma di padre Dehon e per sentirmi parte di una famiglia spirituale più ampia. Non mancarono, infine, momenti di pellegrinaggio e di scoperta. Attraversai le quattro Porte Sante come segno di conversione e di affidamento, e visitai diversi luoghi di interesse storico e culturale. Anche queste esperienze, apparentemente più turistiche, contribuirono ad allargare i miei orizzonti interiori, aiutandomi a leggere la mia storia personale dentro una storia più grande.

Questo tempo prolungato in Italia si rivelò così un vero tempo di grazia: un intreccio di formazione, preghiera, relazioni, impegno sociale e contemplazione, che mi permise di maturare una scelta sempre più consapevole e libera.              

Marcellina Mudji

 

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